Milano è una città con una scarsa tradizione gastronomica propria, se togliamo il risotto, l’ossobuco, la cotoletta e il “rostin negà”  (  la “cassoeula” lasciamola  gli omini verdi ) non c’è molto rispetto ad altre città. Però è una città ricca, cosmopolita e ha avuto una forte immigrazione, quindi si mangia in maniera variata e spesso buona. L’altra sera, incuriositi dalla pubblicità radiofonica che parlava del “pulpo alla gallega” siamo andati a mangiare al ristorante “ La Pulperia “: l’ ambiente era carino, molto colorato, radical e allegro, le tapas decorose ( con esclusione di un baccalà mantecato da far rivoltare  i veneti),  il polpo alla gallega e il calamaro ripieno valutabili  fra il 5 /6 , in conclusione una mezza delusione.
Perché questa è Milano se uno apre un ristorante caratteristico, particolare per menù internazionale o  di moda ( il vituperato pesce crudo per non pagare il cuoco) almeno per un po’ funziona. Mentre secondo me se uno vuole proprio aprire un ristorante “straniero” a Milano dovrebbe sforzarsi di offrire oltre all’esotismo, una cucina fra il buono e l’ottimo, non una rivisitazione turistica. E’ una questione di professionalità di base, di non fare i ristoratori per turisti di ritorno…..

Unica soddisfazione della serata: l’Apprensiva ha dichiarato, sottovoce, che da quando mangia quello che preparo io è molto più critica e insoddisfatta nei ristoranti.

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