IMG_2299Era tempo che volevo combinare un’uscita in barca a vela, ma il perenne viaggiare del Paziente e della Tennica rendeva le cose complicate, poi finalmente una data è stata fissata e abbiamo potuto salpare verso l’ignoto.

L’equipaggio: io, in barca mi piace cucinare, dormire e discettare sull’universo mondo, la Tennica, era già stata con me anni fa, è un po’ lamentina, ma quando si impossessa del timone rifiorisce e non lo molla più, il Paziente, mai stato in barca, ama la montagna più del mare, ma è abituato alle corde da alpinismo e una volta spiegato che in mare si chiamano cime tutto è stato semplice, Supermax pieno di entusiasmo e voglia di fare, un passato di mal d’auto rovinosi e l’attenzione di un pesce rosso distratto, Paolo lo skipper grande navigatore e parlatore di barche.
La barca: un Oceanis 46 piedi (14 metri) che, a causa del ridotto equipaggio, risultava di un lusso sibaritico.
Il tempo: venerdì non si è fatto nulla causa pioggia insistente, sabato sole e onde di 2/3 metri, domenica nuvolo, ma mare quasi calmo.
La storia: già in macchina durante il viaggio di andata si è capito che il clima sarebbe stato ilare e sarcastico, ogni piccola imprecisione o sbandamento sarebbe stato stigmatizzato con il delicato sarcasmo di famiglia, unica scappatoia andarsene a dormine in una delle cabine disponibili. All’arrivo sotto la pioggia faccio un “tutorial for dummies “ della vela, ma utilizzo un paio di volte la parola cosa per attrezzature di cui non mi ricordavo il nome, incappo subito nella divertita sanzione della Tennica, incasso con dignità e proseguo la spiegazione agli infedeli.
Al mattino c’è un timido sole, ma gli spruzzi sugli scogli non promettono niente di buono, la Tennica si alza dicendo che ha sognato di avere le vertigini, inquietudine fra i resto dell’equipaggio, ma una colazione secca e due bracciali antinausea, che gli consegno con palese scetticismo, rasserenano gli animi.
Partiamo e appena fuori del porto le onde sono veramente alte e scomposte, issiamo le vele e cominciamo ad andare come veri navigatori d’altura, il Paziente al timone ha lo sguardo duro del navigatore solitario, ma forse è un inizio di mal di mare, Supermax dopo un inizio di attività frenetica, comincia a virare sul giallo verdino e si ritira a poppa a soffrire in solitudine, mentre la Tennica coi suoi bracciali antinausea ci guarda con compassione.
Continuiamo a navigare indomiti fino a quando si apre uno sportello in cucina e rotolano tutte le pentole, io, so cosa mi aspetta, ma scendo egualmente restando un quarto d’ora a riordinare, risalgo in preda a una nausea che non provavo da tempo. A questo punto sembriamo, più che diportisti, l’equipaggio della nave che portava Dracula, tutti in diversi stati di coma con esclusione della Tennica che con i suoi braccialetti sorride come il Franti… A questo punto, visto che non dobbiamo fare una traversata, decido che possiamo tornare in porto, con il sollievo di tutti quelli che non avevano osato chiederlo.
Il bello del mal di mare è che, mentre ce l’hai pensi cosa che forse una morte rapida sarebbe la soluzione migliore, ma quando arrivi in porto ti passa tutto e ti viene fame, salvo SuperMax che stramazza in banchina per due ore; una bambina che passa ma cos’ha quel signore? Noi in coro niente niente è solo un po’ stanco… Comunque un ricco aperitivo e un’Amatriciana rasserenano gli animi, in fondo una delle cose più belle dell’andare in barca è il rientro in porto dopo una giornata difficile

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